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«Lo stop all'Ilva come il lockdown». Per i legali dei Genitori Tarantini fermare gli impianti è una misura ormai inevitabile

«Lo stop all'Ilva come il lockdown». Per i legali dei Genitori Tarantini fermare gli impianti è una misura ormai inevitabile
Lo stabilimento ex Ilva di Taranto (foto La Gazzetta del Mezzogiorno)

Nell'edizione cartacea di venerdì 11 settembre 2026 (pagina 4, «Il nodo dell'acciaio»), La Gazzetta del Mezzogiorno riporta gli argomenti portati in aula dagli avvocati Ascanio Amenduni e Maurizio Rizzo Striano, legali dei Genitori Tarantini, davanti alla Corte d'Appello di Milano chiamata a decidere sulla sospensiva chiesta da Ilva in As e Acciaierie d'Italia in As. L'associazione, con l'azione inibitoria, ha ottenuto il 27 luglio scorso la decisione che impone lo stop alla fabbrica entro il prossimo 25 ottobre. In aula i due legali hanno ricordato: «Il lockdown è stato un esempio emblematico di come il diritto alla salute abbia prevalso rispetto al diritto al lavoro. Tante aziende hanno dovuto chiudere i battenti, ma era prioritario tutelare la vita delle persone».

Mercoledì mattina i due legali sono tornati a evidenziare come il tempo del sacrificio della comunità tarantina debba considerarsi finito, ricordando anche la vicenda della cosiddetta «Mucca pazza», quando furono migliaia le aziende costrette a chiudere: «Ma non si poteva correre il rischio che si mettesse in circolazione cibo dannoso per la salute dei consumatori», aggiunge Amenduni alla Gazzetta. Permettere alla fabbrica di continuare a produrre significa continuare a mettere a rischio la salute di lavoratori e cittadini: «La Corte nel decreto che impone lo stop all'area a caldo della fabbrica, ha richiamato la massiccia presenza di amianto ed evidenziato che i dati raccontano come nell'area ionica i numeri di malattie polmonari siano quattro volte superiore rispetto ad altre zone. E questo non può essere trascurato».

La decisione è attesa verosimilmente entro il 16 settembre, il «punto di non ritorno» indicato da Ilva e Acciaierie d'Italia oltre il quale le fasi di spegnimento diventerebbero irreversibili. Amenduni e Rizzo Striano hanno ribadito che concedere una sospensione in attesa che la Cassazione decida è «una contraddizione perché da un lato concedi un provvedimento cautelare, cioè per cautela imponi lo spegnimento dell'area a caldo a causa del pericolo che corrono i tarantini, e poi mi dai una sospensione considerando che il tempo medio per un procedimento civile in Cassazione è di circa tre anni». Per gli avvocati dei Genitori Tarantini, insomma, non c'è più alcuna scusa: la fabbrica va fermata.

L'articolo riporta anche la posizione di Fabio Paolillo, segretario generale di Confartigianato Taranto, dopo l'incontro a Palazzo Chigi sul futuro dello stabilimento: «Il problema non è più soltanto capire cosa accadrà all'ex Ilva. È capire cosa accadrà a Taranto». L'articolo integrale di Francesco Casula è sull'edizione cartacea della Gazzetta del Mezzogiorno dell'11 settembre 2026.